Cattive notizie

Cattive notizie di Michele Loporcaro edito da Feltrinelli è un saggio che analizza la situazione dei mass media in Italia, con lo sguardo attento ai quotidiani e alla televisione.

Il titolo del libro, Cattive notizie, è a dir poco significativo: in Italia, il sistema dell’informazione, per Loporcaro, è davvero ridotto male e la situazione preoccupa soprattutto perché se è vero che la TV informa e intrattiene, è altrettanto vero che essa educa e socializza coloro che la guardano.

Loporcaro continua, da questo punto di vista, il discorso introdotto da Karl Popper con Cattiva maestra televisione e continuato da Giovanni Sartori con Homo videns: la TV, afferma infatti Loporcaro,
costituisce ormai per moltissime persone, sin dall’infanzia, il principale veicolo di conoscenza del mondo e di sé, di formazione del carattere, ed in questo compete con la famiglia, la scuola, la chiesa, le organizzazioni sindacali e politiche.
Se si aggiunge a questo il dato innegabile e allarmante che in Italia si legge poco e che quindi la TV costituisce il mezzo principale, se non unico, di informazione per i cittadini, si avrà la percezione del pericolo che, per Loporcaro come per Popper e Sartori, corre la democrazia: una società male informata è, infatti, più facilmente manovrabile.

Loporcaro, nel suo saggio, descrive «due idee fondamentali e contrapposte di notizia […]: da un lato, l’idea della notizia come informazione; dall’altro, l’idea della notizia come racconto mitico». Se, per accettata definizione, la notizia è un racconto di un avvenimento, la notizia come informazione pone in risalto l’avvenimento, ovvero informa su un fatto; mentre quella che si pone come racconto mitico mette l’accento sulla narrazione, che tende a diventare patetica, coinvolgente e appassionante (ed ecco, ad esempio, spiegata la ragione per la quale nei TG italiani si dà sempre la parola ai parenti delle vittime…). Una notizia che, piuttosto che mettere in rilievo l’avvenimento, si concentra sull’aspetto narrativo di ciò che è successo, inevitabilmente scivola verso il romanzo popolare, genere letterario di intrattenimento molto in voga nell’Ottocento.

Ecco allora che i telegiornali italiani, ormai dominati dalla notizia come racconto mitico, sono diventati più simili ai programmi di intrattenimento, piuttosto che a quelli di informazione. In essi si fa del gossip, si parla di sport, si presentano videoclip, si danno abbondanti resoconti sui programmi televisivi che seguono, facendo loro da traino. Insomma, i telegiornali italiani sono sempre più simili alla stampa popolare e scandalistica dei paesi anglosassoni, piuttosto che alle testate giornalistiche serie dei medesimi paesi. E ciò è dovuto, per Loporcaro, sia alle scarse competenze dei giornalisti italiani, sia alla supposta necessità di dover usare un linguaggio brillante per confezionare la notizia. Linguaggio brillante che, neanche a dirlo, si ottiene occhieggiando all’intrattenimento popolare: il cinema e lo sport innanzitutto.

Una notizia nella quale non si differenzia più tra ciò che è fatto e ciò che, invece, è opinione è una cattiva notizia e in Italia il processo di spettacolarizzazione cui sono state sottoposte le notizie ha portato proprio alla situazione in cui i giornalisti e i lettori/telespettatori non distinguono più tra fatti e opinioni personali.

Una situazione cui va assolutamente posto rimedio al più presto. Peccato, però, che il telespettatore – educato dalla TV – nella maggior parte dei casi non si rende conto del pericolo che corre nel non essere correttamente informato.

Chi può, allora, è bene che legga sia il libro di Loporcaro, sia quelli di Popper e di Sartori e li consigli agli amici: un passaparola salutare per la nostra civiltà, per la nostra consapevolezza di cittadini.

Commenti