Scegliere non è facile

Il diretore di Rai3 Paolo Ruffini manda in libreria le sue riflessioni sulla televisione e le intitola Scegliete! (add editore).

Chi si aspetta di leggere pensieri specifici e/o consigli su come si fa una buona televisione rischia di restare deluso. Ruffini, infatti, non ha scritto un manuale su come si realizzano programmi TV di successo.

Quelle di Ruffini, invece, sono considerazioni del tutto generiche che, in un Paese dalla democrazia salda, si darebbero per cosa nota e non dovrebbero essere rivendicate come necessarie.

In Italia, invece, le riflessioni di Ruffini sembrano necessarie e questo, in qualche modo, può rattristare.

In poche parole e assai sbrigativamente, il pensiero di Ruffini può essere sintetizzato dicendo che per il direttore di Rai3 a base di una buona televisione ci deve essere la libertà. Libertà di dire ciò che si pensa; libertà di poter scegliere cosa vedere. Libertà di dissenso. Libertà di pensare che il pluralismo informativo non consiste nel fatto che in ogni trasmissione devono essere forzatamente presenti tutte le posizioni, bensì nella possibilità data a tutti di poter esprimere la propria posizione in uno dei tanti canali TV. Pluralità di accesso al mezzo, in altre parole.

Una posizione che, personalmente, condivido. Penso, infatti, che sarebbe un po’ dispersivo e insensato se, ad esempio, durante la Messa domenicale trasmessa da Rai1 si desse, nello stesso programma, spazio anche a coloro che sono atei. Ossia, se mentre parla il Papa, parlasse e dicesse la sua anche chi al Papa non riconosce alcuna venerabilità.

Il problema, semmai, è un altro. La TV pubblica italiana soffre di mancanza di pluralismo in quanto non dà spazio a coloro che dissentono e fanno parte di minoranze. Per costoro, le porte di viale Mazzini restano troppo spesso chiuse.

Per restare in tema, non mi pare che nella TV pubblica sia dato altrettanto spazio ad atei o a coloro che professano altre religioni di quanto è dato al Papa e a tutti i vertici della Chiesa cattolica romana.

Per non parlare di quelle minoranze che non hanno proprio voce o che sono costantemente rappresentate in TV per mezzo di stereotipi, pregiudizi e ostentatamente in mala fede.

La TV pubblica italiana manca di pluralismo perché, tranne rare eccezioni, chi la governa non ha la schiena dritta e non ha il coraggio di lasciare la parola a tutti.

E mancando di pluralismo, diventa anche difficile, per un telespettatore, scegliere, con buona pace di quello che consiglia di fare Ruffini con il suo libro.


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