Recruiter ficcanaso e poco professionali


Si è detto e si è sentito dire parecchie volte: oggi i recruiter (ossia coloro che selezionano nuovi dipendenti per le aziende) invece di attenersi solo a quanto scritto sui curricula che arrivano sulle loro scrivanie, scandagliano anche il Web per leggere e vedere quanto in esso pubblicato dai candidati che a loro spetta selezionare.
Si ripete, perciò, di stare attenti a non pubblicare contenuti compromettenti e/o inadatti.
Giusta raccomandazione che, però, non mette in luce un aspetto alquanto inquietante. 

Si vuole, infatti, porre l’attenzione sulla scarsa professionalità di quei selezionatori del personale che, invece di affidarsi al curriculum che il candidato ha sottoposto loro e, se interessati, approfondire la conoscenza con un colloquio di lavoro, vanno a mettere il naso nella vita online dei candidati stessi.
Tali recruiter sono, perlomeno, dei ficcanaso, in quanto non vi è nessuna reale ragione per la quale un aspirante dipendente debba essere valutato per quanto pubblica in Rete. 
Un aspirante dipendete deve, infatti, essere selezionato in base alle sue capacità professionali che sono ben altra cosa da quanto da lui detto o fatto durante la sua vita non-lavorativa.
L’assunto per il quale il tempo del lavoro e il tempo non-lavorativo devono in qualche modo specchiarsi l’uno nell’altro è aberrante, se non si ricopre una carica che, per l’azienda, è di rappresentanza. Tale assunto, infatti, soggiace alla logica per la quale un dipendente è tale sempre, al di là del tempo che trascorre lavorando. Una logica che finisce per rendere il dipendente una proprietà del suo datore di lavoro. Una logica perversa cui è bene ribellarsi.

Ciò detto, a coloro che lamentano il fatto di non essere stati assunti da un’azienda per il solo fatto di aver pubblicato in un social network una foto di loro stessi ubriachi o in altro atteggiamento che può averli messi in cattiva luce, si vorrebbe porre la domanda se davvero essi avrebbero voluto lavorare per un’azienda che mette il naso nella loro vita privata, annullando, con ciò, il confine tra vita lavorativa e vita non-lavorativa che, invece, dovrebbe essere invalicabile. 
Costoro, invece di lamentarsi per non essere stati assunti, dovrebbero rallegrarsene, perché un’azienda siffatta, anche durante il tempo lavorativo, non li avrebbe giudicati solo e soltanto in base ai risultati del loro lavoro, ma li avrebbe continuamente spiati anche nel loro vissuto non-lavorativo.

Ai recruiter che scandagliano la vita privata dei candidati che stanno selezionando, invece, si vorrebbe chiedere se sono alla ricerca di schiavi o di collaboratori. Se preferiscono avere in azienda professionisti che sanno fare il lavoro per i quali sono pagati, oppure dipendenti la cui qualità principale è quella di avere una vita monastica.
Infine, a tali selezionatori, si vorrebbe raccomandare di non fare un uso improprio della Rete.